Migliorare il sistema economico con una forza d’urto collettiva?
E’ possibile, se ciascuno indirizza il proprio denaro in consumi o investimenti che abbiano un chiaro impatto etico, responsabile e sostenibile, emarginando aziende che non si impegnano in tal senso. Leonardo Becchetti, economista romano e docente universitario, ha riassunto questa convinzione con l’ ingaggio: “votare con il portafoglio”. L’ ho sentito dalla sua voce in un convegno del 2016. Memorabile.
Poi ho incontrato qualcuno che questa filosofia la applica sui propri risparmi; si è rivelata per me uno steccato insuperabile, all’inizio. Giada ed Emma sono sorelle, sui trentacinque, con specializzazioni in rami della medicina. Oggi buone clienti, ma a metà 2017 l’appuntamento esplorativo era stato un disastro. Erano state presentate con fiducia dai loro genitori. Al primo dialogo mi sono mosso con modalità e proposte di soluzioni finanziarie “come da abitudine”. Peccato non aver colto chi avevo di fronte: risparmiatrici con esigenze nette, nuove ed extra-ordinarie: Emma e Giada vogliono “votare con il portafoglio”, dopo aver letto le etichette di quello che acquistano, perché hanno una rigida scala di valori non negoziabili. Così, durante la spiegazione delle fondamenta di alcuni fondi comuni di investimento, mentre io parlavo di risultati storici, margini di volatilità del prezzo, composizione geografica, diversificazione… Giada mi ferma ed esclama: “Sembra sensato, ma, come ho detto ad un altro consulente, a te concorrente: non farmi investire in armi e carbone! Voglio essere sicura che i miei soldi non finanzino la guerra e l’inquinamento. Portami le prove e andremo d’accordo”.
Un’obiezione-montagna, in quel momento. Sono andato in difficoltà, perché non avevo mai scandagliato sotto quella lente i titoli, di aziende o nazioni, contenuti nei fondi che proponevo con sicurezza. Non sapevo come trovare le risposte, i riscontri che loro esigevano. Gli stessi materiali descrittivi di contenuti e tecniche gestionali dei comparti erano carenti di dati del genere.
La sfida lanciata da Giada era di quelle che ti fan capire che il mondo sta cambiando e tu sei distratto. Sono uscito dall’incontro chiedendo tempo per approfondire e rivederci. Avevo le ossa rotte, ma il dolore lancinava perché, a ben rifletterci, l’istanza che mi sbarrava la strada è un tema a cui io stesso sono sensibile. Eppure, ero impreparato, in quella che negli anni è evoluta come “finanza sostenibile”, criteri “E.S.G.” e “impact investing”. Un classico caso in cui la domanda anticipa i tempi e costringe l’offerta a adattarsi: sia la legislazione sia l’industria del risparmio erano arretrati e approssimativi. Nel catalogo sterminato di soluzioni offerte dalla banca con cui lavoro, non è stato facile identificare società di gestione e prodotti che dessero garanzie di impatto etico ed annesse rendicontazioni intellegibili da parte delle mie due potenziali clienti nuove.
Circa un mese dopo Emma e Giada hanno sottoscritto un set di proposte a profonda impronta verde, che ho presentato loro dopo una meticolosa ricerca: di aziende implicate in armamenti o in energia prodotta da fonti fossili nemmeno l’ombra.
Quali dati le hanno convinte, potremmo spiegarlo in un appuntamento successivo…