Tu la conosci Rita?

Quando smettere di lavorare prima conviene

Se qualcuno mi avesse parlato di RITA, avrei pensato subito al Ballo del Mattone di Rita Pavone, o al famoso “Gilda” di Rita Hayworth. Ma quando Armando, un mio cliente ex manager di 64 anni, mi ha chiesto della Rita, non intendeva di certo questo.

“Mi informo e Le farò sapere” è stata la mia pronta risposta. E, appena salutato, ho alzato il telefono e chiamato il collega Alberto, il mio punto di riferimento per ogni dubbio previdenziale.

Il mondo della Previdenza Complementare è abbastanza complesso e variegato, ma soprattutto è in costante aggiornamento e quindi anche di difficile comprensione. Sentiamo spesso parlare di Quota 100, Quota 101, Legge Fornero e chi più ne ha più ne metta. Anzi, ogni tanto capita anche di leggere strani nomi che ci lasciano perplessi e poco ci dicono in termini di pensione.

Nonostante la notizia della Rita fosse una notizia fresca fresca, Alberto era preparatissimo sul tema.

La RITA è stata introdotta dalle Legge di Bilancio del 2017 ed è divenuta strutturale con la Legge di Bilancio 2018. È l’acronimo di Rendita Integrativa Temporanea Anticipata e può realizzare il sogno di tanti: smettere di lavorare prima della pensione di vecchiaia.

Ci sono però delle caratteristiche molto specifiche da rispettare: bisogna aver cessato l’attività lavorativa, essere a meno di 5 anni dall’età pensionabile, aver versato almeno 20 anni di contributi e avere una posizione di previdenza complementare aperta da almeno 5 anni. Se si rispettano tutte queste condizioni è possibile richiedere, anche in più tranche e fino all’età pensionabile, questo anticipo sulla propria posizione previdenziale, beneficiando al contempo di agevolazioni fiscali (tassazione da un massimo di 15% ad un minimo di 9% contro le aliquote IRPEF ben più alte, possibilità di continuare comunque a versare nel proprio fondo pensione in modo da usufruire della deducibilità fiscale fino a € 5.164,57 annui).

Ho allora richiamato Armando per spiegargli pregi e difetti di quella che all’epoca era una novità assoluta nel panorama della previdenza complementare. Insieme abbiamo creato un progetto per garantirgli una cifra annuale adeguata da incassare fino al momento in cui sarebbe propriamente andato in pensione. Non solo. Sempre su consiglio di Alberto, abbiamo calcolato nel dettaglio quanto richiedere come anticipo e, considerati gli ulteriori apporti alla posizione, quanto sarebbe rimasto nel fondo al raggiungimento dell’età pensionabile. Perché questo? Per consentire ad Armando di decidere, al compimento dei suoi 67 anni, se tramutare la sua previdenza complementare in una rendita o se riscattare l’intero capitale per perseguire altre necessità (cosa fattibile solo se il capitale residuo è al di sotto di una determinata soglia).

Grazie ad Alberto ho potuto fornire una consulenza su misura ad Armando, che l’anno scorso è ufficialmente andato in pensione e, nonostante sia sposato con una bellissima donna di nome Daniela, parla sempre in maniera estasiata con i suoi amici di una tale “Rita”, tessendone le lodi e ringraziando il giorno in cui mi ha chiesto di presentargliela.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *